Ad ogni mortale l’esperienza del sogno svela il labile confine fra il mondo visibile e quello invisibile. E lì sulla soglia, dove il tempo si ribalta e l’esperienza diurna diviene allegoria e metafora, si schiude la via dei mistici e scorre la linfa che ispira i poeti e gli artisti1. Il linguaggio di Claudio Ballestracci si è da tempo impregnato di questi messaggi del confine; voci oniriche che lo hanno guidato nella scelta e nella trasformazione dei materiali quotidiani, propri di questo mondo terreno, troppo terreno. Egli soprattutto elegge come supporti della sua opera manufatti non volgari – quali, ad esempio, i tubi in rame o i tessuti – ma resi ottusi, opachi e impoetici dall’industria e da un deteriore senso dell’abitudine. La ricchezza di significato che sgorga dai suoi lavori si genera, invece, dalla simbiosi alchemica delle cose da lui prodotte con elementi e composti naturali: sabbia, pietre, scariche elettriche, fiamme, acqua, pesci rossi; quasi volesse riscrivere un’implicita genealogia, o teogonia, del cosmo e delle sue potenzialità archetipiche, originarie, che si riscoprono nella visione. L’artista, perciò, forza il già visto, il già conosciuto, non per renderlo irriconoscibile, ma per ridargli la trasparenza fascinosa e inquietante del símbolo. Difatti, questo termine – sýmbolum in latino, sýmbolon in greco – deriva dal tema del verbo ellenico sýmbàllô che significa tenere insieme, chiudere nello stesso vincolo. Fra i molti significati che il termine ha assunto nella nostra cultura vi è quello più squisitamente religioso e misterico. Per questo il simbolo è soprattutto un “segno”, un “tipo”, un “emblema”, una “rappresentazione” con cui si trasmettono per mezzo di immagini o di proprietà naturali, delle realtà intellettuali e spirituali2. E i simboli di Claudio, catturano, nel materiale utilizzato, il messaggio evocativo che – sulla soglia dei due mondi – vi si imprime; o meglio “con-chiudono”, tengono insieme, il corpo dell’opera con lo spirito visionario che lo forma o lo de-forma. In vero i suoi lettini di rame, che ripropongono il tema dell’inquietudine infantile – e per questo originaria – ci ricordano l’allucinazione di un viaggio a cavallo di un giaciglio, come bene ha detto l’autore stesso, finemente commentato dalla critica poetante di Sabrina Foschini3. Eppure si tratta di un cammino privo di comuni e mondani “orizzonti”, ma intrapreso in modo verticale, in direzione del cielo, per cui le gambe dei letti si allungano vertiginosamente e si dispongono come spirali d’incenso. Questi sono letti “stiliti” che si asciugano e si rimpiccioliscono, protendendosi – proprio come i santi asceti delle icone o gli eremiti della pittura controriformista – verso il mondo celeste. Il desiderio è quello di poter giungere a guardare dall’altra parte, attraverso una caccia misterica grazie a cui conservare per sé un lembo di quella realtà che appena si sfiora nel sonno. Da questa volontà creative sgorgano le «federe acquatiche» di Ballestracci: minuscoli acquari di tessuto, sospesi su trespoli, che la Foschini ben chiama «grembi e placente impregnate»4, perché in esse il pesce nuotante è il ricordo catturato dell’invisibile ed è, quindi, la metafora partorita. In tutto ciò vi è il ricordo inconscio dell’ antica cosmologia religiosa che parlava di «acque superiori» (Gen 1, 7). E qui l’artista corre il suo più grave rischio – quello comune a tutta l’arte moderna e contemporanea, ma scongiurato nell’ars antiqua, sempre sorvegliata da severi e salutari canoni – perché al confine del nostro mondo quotidiano, penetriamo in una condizione di vita e pensiero radicalmente diversa dai modi della comune esistenza, dove si manifesta la tentazione di intendere come immagini spirituali, invece degli archetipi autentici, le fantasticherie che circondano, confondono e seducono l’anima al momento in cui le si apre la via verso l’altro mondo. Ne ha scritto magnificamente Pavel A. Florenskij: «L’insidia sta negli inganni e autoinganni che sull’orlo del mondo circondano il viandante. Il mondo si aggrappa al suo servo, gli si attacca, tende reti e quasi seduce coloro che sono arrivati alla soglia del piano spirituale; vigilano su questi varchi (…) tentatori e seduttori che trattengono l’anima al confine dei mondi (…) A metà fra il tempo-spazio e il mondo angelico, alla soglia di questo mondo, è il massimo dell’inganno e della seduzione: qui stanno gli spettri che il Tasso raffigura nella descrizione della foresta incantata»5. Nel radicamento a terra, atto umile e necessario, e nella più ferma autodisciplina dello sguardo, dell’attenzione e della pazienza, Claudio Ballestracci potrà strapparsi a queste forze elementari delle paludi e degli acquitrini malinconici che si stendono all’uscita dal mondo e attendere la visione o l’idea – il che è lo stesso – situata al di là del mare superiore, oltre il confine del sensibile e il periglioso bosco dei sogni. Superata la follia, attinta la chiarezza.

Alessandro Giovanardi

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