E’ un mondo addormentato, quello che esce dalle mani vigili di Claudio Ballestracci, una camerata di angeli in colonia, una nursery di pensieri nascenti dove si sviluppa un viaggio in direzione dell’impossibile, un percorso comodo tra coperte impermeabili, oltre le colonne d’Ercole del raziocinio, oltre la frontiera del vivere e del vegliare. Il letto è un varco nel tessuto sviluppato dal tempo, per raggiungere una dimensione inaspettata, una forma molle da plasmare, di mondi e visioni. E quelli di Claudio sono lettini bugiardi a cui le gambe si sono allungate smisuratamente al posto del naso e che ora galleggiano in aria come astronavi. Letti che bucano il tetto come piante ipertrofiche nutrite dal buio, ma in cerca della luce e che reggono su uno stelo filiforme, una corolla tanto pesante da farli barcollare. Isole volanti come nei viaggi di Gulliver che però sviluppano radici aeree per ancorarsi a terra, indecise tra il restare o il librarsi. Uccelli che abbiano smarrito la capacità del volo in una inspiegabile, sofferta, evoluzione, ma che lo tentino ancora dall’alto di lunghissime, incespicanti zampe. Giacigli sonnambuli che protesi oltre la linea orizzontale del mondo si accingano a vegliare dalla profezia del sonno, il mondo evidente dei desti. Letti come grembi o placente impregnate, dove nuota un embrione nato da misteriose filiazioni; pesce rosso da centrare con la palla e portarsi a casa dentro al sacchetto. Otri di pelle trasparente, come nel racconto ipnotico di Landolfi intitolato “Lettere dalla provincia”, dove un mondo di uomini si rinchiudeva a bozzolo per entrare in un letargo denso di paura… Claudio chiama queste sue culle animate “federe acquatiche” e in effetti le loro garze sottili riescono a trattenere l’acqua, come la tela cerata di un accampamento. Dalle loro pance si sporgono appendici volanti, budelli ad imbuto che convogliano i flussi. Cola tempo dal cordone ombelicale, il lembo di stoffa a cilindro che si allunga in basso a succhiare l’aria o la terra. Si chiudono le palpebre e si stirano le braccia incontro alla lampadina accesa, schermata dal lenzuolo, che ripara il viaggio nel mondo fertile del buio. Queste creazioni eteree, rivelate solo dalla luce, come il plancton fosforescente del mare in amore, sono fantasmi di letti reali, vegliati o amati, o perduti. Palafitte lunghissime sopra il letto disseccato di un fiume, a ricordare sulle gambe di canne, il livello antico dell’acqua. Ricordi di un primigeno mondo marino che abbiamo abbandonato, come abbandoniamo il mondo denso della realtà per quello fluttuante del sogno, ogni volta che gli votiamo e gli voltiamo gli occhi. Il lavoro di Ballestracci gioca sempre una partita nello scambio degli elementi, tra acqua e terra, aria e fuoco. Ed ora con la sua città sonnolenta fondata sulla bonifica dell’acqua, confonde veglia e realtà, memoria e futuro, nascita e morte. Il letto sospende la vita o la allunga, l’allontana o la imita, ricreandola nell’amore. Il letto s’impregna degli odori raccolti nelle coperte dell’hotel Mocambo, che sono state tagliate come bende, e fasciate attorno alle sue piccole culle, briciole di letti adulti, avanzi di sonni passati. Dalla memoria delle pensioni distrutte della riviera, si liberano fantasmi di viaggi, di vacanze, di brande promiscue, di residenze temporanee, di domicili fittizi, di sieste accaldate. Le potenti navicelle lanciate in aria dal nostro sonno hanno continuato viaggiare con la memoria del passeggero che siamo stati, con la sua età immutabile, col tempo infinito e senza risveglio dell’inconscio.

Sabrina Foschini    back